venerdì 5 ottobre 2012

Il lancio del gatto


Mia madre si dà al giardinaggio, e mentre sistema i fiori vede un topo che scappa e si rifugia in mezzo all’erba alta. Il nostro gatto Lorenzo è lì a due passi e non vede nulla, così mia madre al grido di “brutto gatto rincoglionito” prende e gli lancia il gatto. Lorenzo atterra esattamente sopra al topo, che non si muove, poi torna indietro e guarda mia madre con un’espressione incerta che sembrava dire "non ho capito". Allora lei prende il gatto, lo lancia di nuovo sul topo, e stavolta, dopo un breve combattimento, il gatto lo acchiappa.
La morale di questa storia è che il gatto va lanciato sempre due volte.

mercoledì 29 agosto 2012

Esempio di dialogo costruttivo sulle vicende della Legge 40 sulla fecondazione assistita


PAO: “Bob, per caso Bagnasco ha detto qualcosa che non so?”

BOB: “No, mi faceva pensare che lui criticava e subito il ministro proponeva ricorso. Ormai non mi scandalizzo più. Voglio la lotta armata.”

PAO: “Si, ordinaria amministrazione. Questo è determinismo puro: da un evento ne consegue un altro con necessità ontologica.”

BOB: “Per come la vedo io, che sono tutto meno che un radicale, la Chiesa, dopo l'appoggio politico a un governo fallimentare come quello di Berlusconi, non dovrebbe metterci più la faccia per i prossimi vent’anni. Invece, per una legge che è palesemente fatta male, rialzano la testa e propongono politici cattolici, che in sessant’anni hanno fatto più danni della grandine.”

PAO: “Dal loro punto di vista non hanno fatto un danno, e negli ultimi sessant’anni non ci sono state carestie, i raccolti sono andati bene, la peste non si è più vista.”

BOB: “Hanno scaricato sulle generazioni nuove i debiti delle loro ruberie sostenute per mantenersi al potere, contro gli odiati comunisti. Questi andrebbero purgati fino all'ultimo.”

PAO: “Ruberie è una parola grossa. Diciamo che erano finanziamenti contro il nemico che faceva campagne elettorali gratis. Competere era arduo.”

BOB: “E invece ci seppelliranno, ci licenzieranno e parleranno sopra i nostri cadaveri caldi in manifestazioni pubbliche. In Sicilia si compravano i clan interi per vincere le regionali. La DC, intendo.”

PAO: “Certo, un successo generazionale. E pensare che fino a poco prima in Sicilia c'erano i comunisti che mettevano paura.”

BOB: “In Italia ci vuole una rivoluzione pura. Sangue e masse.”

PAO: “Caffettino in biblio?”

BOB: “Si.”

PAO: “Questa la posto come conversazione tipo di questa generazione.”

BOB: “Potevi dirmelo prima. Sarei stato più ispirato di Mandariaga su I Quattro Cavalieri dell'Apocalisse.”

PAO: “No, è perfetta così.”

sabato 4 agosto 2012

Il caso più bello del mondo, con Oscar Pistorius

La gente è troppo gasata dalle olimpiadi, e nessuno sembra voler considerare l’interessantissimo e probabile caso che ora vi illustrerò, caso che potrebbe tranquillamente verificarsi ora o in altre gare future.



400 metri, atleti pronti a partire. C’è anche Oscar Pistorius.
Partono.
Pistorius è penalizzato sulla partenza dalle sue protesi, già si sapeva, ma si è allenato bene e recupera, corre come la gazzella che si alza al mattino e sa che dovrà correre, è un cazzo di fenomeno, e dopo aver staccato tutti gli altri finisce a fare un testa a testa con l’ultimo atleta, quello più forte, quello che sta per vincere.
Gli ultimi 100 metri sono emozionanti, il normodotato cazzone e il Blade Runner con le protesi si equivalgono, si equivalgono fottutamente, Dio che spettacolo, il simbolo della sportività, dell’uguaglianza, della fratellanza, del volemose bene, del che ce frega della diversità, ma improvvisamente, appena poco prima della fine, il normodotato si becca una distorsione alla caviglia e rallenta.
Pistorius lo stacca di quel poco che basta, e vince acclamato dalla folla.
Medaglia d'oro a Pistorius, medaglia d'argento al normodotato, ma il normodotato si incazza a morte, perché a Pistorius tecnicamente non sarebbe mai potuta venire una distorsione alla caviglia.
Pistorius, che non è esattamente Gesù Cristo, si incazza di più, e manda a fanculo il normodotato in mondovisione, perché gli sta dando dell’handicappato.
Nessuno dei due ha del tutto ragione.
Rissa olimpica.

martedì 31 luglio 2012

Faccio progressi


C’è un livello di protesta che non è contemplato da nessuno e che tecnicamente non vale niente, nel senso che per gli umani non vale niente, ma se arrivassero degli alieni spietati che usano protestare in quel modo, o se esistesse un Creatore che ne tenesse conto, allora varrebbe qualcosa.
Si tratta della non partecipazione, la risposta negativa agli stimoli sia delle istituzioni che delle persone, ed è sempre stata la mia forma di protesta preferita, anche se il problema del protestare non partecipando è che generalmente non paga. La non partecipazione è una protesta che non solo non viene recepita, ma non viene proprio concepita, nessuno si aspetta che una persona possa comportarsi così, e sta proprio in questo la sinistra gioia del non partecipare: ti trovo patetico e ti snobbo, e non te lo faccio sapere perché con quelli come te io non voglio parlare. Ti farei un favore, a parlarti o a dedicarti una parte di me, e infatti non lo faccio.
Ma andiamo per ordine.

Nella vita uno riceve stimoli dai genitori, dai parenti, dalla scuola, dalla chiesa, dalla televisione, dalla gente, dal capo, dal collega, dagli amici, dai nemici, dalle ragazze, ecc. Chiunque, a qualunque livello, in qualunque situazione, ti stimola, ti punzecchia, ti lancia un input, un messaggio, ti sprona a fare qualcosa, a schierarti, e tu puoi o accettare e approvare, o rifiutare, metterti dall’altra parte, protestare, e di solito si protesta con una immancabile componente comunicativa, cioè si fa dialettica, si lotta, si fa casino e ci si fa notare, perché uno deve almeno provare ad imporsi, a mettersi in mostra, a ribadire “sono qui, ti sto dicendo questa cosa e voglio che tu mi ascolti”, altrimenti che protesta è?

È a questo punto che io di solito mi chiedo, onestamente, chi me lo fa fare? Nel senso di: quale forza, che non c’entra nulla con la mia sincera volontà, mi sta trascinando, in questo momento? Se tu sei il mio avversario, se tu non sei d’accordo con me o io non sono d’accordo con te, perché dovrei partecipare a questo gioco dialettico e darti udienza, darti soddisfazione? Non è più coerente tirarsi fuori e non scambiare nulla, non degnarti della mia partecipazione e dei miei stimoli? Perché, sintatticamente e semanticamente parlando, io dovrei farti guadagnare qualcosa?
Quando dico protesta, io intendo anche comunicazione, apertura, considerazione del prossimo. La protesta comunemente intesa, la protesta partecipata, è una forma di solidarietà: io ti faccio da oppositore, ti faccio resistenza perché in fondo spero che tu, da questa esperienza anche forte, da questa incazzatura che ti sto provocando, alla fine imparerai qualcosa. Non protesto per me, perché a me, tranna una piccola soddisfazione, non cambia nulla: io protesto per te, per insegnarti una lezione, perché mi sta particolarmente a cuore che tu capisca, perciò mi incazzo, ti do addosso e protesto.
C’è molta bontà nel reciproco protestare, incazzarsi e azzuffarsi, c’è una gran voglia di comunicare, di mandare messaggi, di dire le cose che si vogliono dire, se non a parole, almeno a urla, a insulti, a sputi, a cazzotti, a calci. Alla fine del casino, tu avrai imparato qualcosa che senza di me, senza la mia protesta, non avresti mai conosciuto: anche se ci stavamo sui coglioni e apparentemente ci volevamo del male, abbiamo comunicato. È paradossale e bellissimo.
Sebbene violenta o volgare, la protesta partecipata significa “ti sto prendendo in considerazione, ti sto dedicando del tempo, meriti il mio tempo”, ma significa soprattutto “ti riconosco come un mio simile”, “ti considero degno della mia parola”, “ti reputo al mio livello”, ed è una cosa fottutamente seria: dietro all’aggressività, dietro all’urlarsi in faccia o prendersi a schiaffi, dietro alle reazioni spontanee da bestioni nervosi, c’è tanta voglia di comunicare, c’è tanta umanità.

Ebbene, riuscire a raggiungere questo livello di comunicazione è il mio attuale obiettivo, perché io lì, onestamente, non ci arrivo molto volentieri.
Mi dà sinceramente fastidio partecipare ai giochi della gente, mi sembra di dover pelare patate marce, di dover lavorare con qualcosa di altamente sgradevole, qualcosa che sporca e che puzza. Soprattutto, partecipare a prescindere, e litigare, e impuntarmi, e controbattere con spirito romantico ogni volta che ce n’è bisogno, non mi fa tornare i conti nella testa, perché è una questione di coerenza: se mi stai sui coglioni, io non posso dedicarti attenzione, non posso darti nemmeno un atomo di me, sarei stupido a farlo, non posso sprecare le mie connessioni sinaptiche pensando a te, che non solo non conti nulla per me, ma mi stai pure sui coglioni.
La mia reazione media al dissenso o alla resistenza altrui, è il silenzio, il finto assenso, la non partecipazione: non me ne frega veramente un cazzo delle discussioni, e non è per modo di dire. Non posso fermarmi lì a rispondere e dare importanza al mio interlocutore che fa di tutto per causarmi fastidio. Preferisco di gran lunga dargli lo zuccherino, fargli credere di avermi teoricamente zittito; finita la scenetta, me ne vado per la mia strada.
Sarà pure brutto, posso capirlo, però è coerente: io con te ci parlo solo se davvero ti considero, e sono pochi i casi in cui ti considero. Potrei dedicarti attenzione e partecipare alla tua umanità al massimo in tre casi: se mi conviene, o se mi fai pena, o se ti voglio proprio tanto, ma tanto bene.

Temo proprio di essere, nella maggior parte dei casi, un autentico, freddo pezzo di merda, perché io non ho mai avuto tutta questa apertura, neanche da piccolo con gli altri bambini, e in fondo non voglio averla nemmeno ora che mi pongo il problema.
Questa non è indifferenza nel senso peggiore del termine, non è malvagità tipo campi di sterminio: la vita umana vale, le persone sono esseri coscienti, ecc ecc, non farei mai del male fisico a nessuno e non ho mai fatto a pugni in vita mia. Però, da qui alla totale apertura al prossimo, dal rispetto basilare per gli individui al voler comunicare con gli umani sempre e comunque, c’è veramente un abisso, c’è una montagna da scalare, e la gente di solito non se ne accorge, nascono tutti già in cima alla montagna.
Io invece ho realizzato ora che dovrei cominciare a scalare quella montagna: il problema è che voglio scalarla non perché ho scoperto di essere solare e ora ho tanta voglia di comunicare con gli altri, ma perché lo voglio per me, perchè mi dà fastidio privarmi di qualcosa di umano.
Sto cercando di comunicare più di prima, di essere meno avaro d’umanità, di essere non solo ricettivo, ma anche trasmissivo, insomma di darmi di più al prossimo, però lo sto facendo per appagare al meglio il mio individualismo.
Non sembra, ma questo è un gran passo in avanti.

lunedì 16 luglio 2012

Fantapolitica

Stasera ho capito che i miei problemi con la politica in realtà sono sempre stati semplici, siete voi che me li avete complicati inutilmente.
Il fatto è che in passato ho creduto, anzi, mi hanno fatto credere, di essere uno splendido esemplare di un metro e ottanta di pessimista generalista demotivato antipolitico, ma la faccenda è da invertire: io ero e sono regolare, politicamente sano e perfettamente capace di intendere e di volere. Sono tutti gli altri che la politica la vivono a cazzo, e poi si lamentano se alle elezioni vincono i peggiori.

Il problema della democrazia è che la gente vota in base a come gli gira, così, a pelle, a sentimento: mi sento di sinistra, frequento gente di sinistra, faccio cose di sinistra, mi viene da pensare a sinistra, voto a sinistra; mi sento di destra, frequento gente di destra, faccio cose di destra, mi viene da pensare a destra, voto a destra. Da che mondo è mondo, la politica te la fanno passare come una roba di cuore, passionale, ma è proprio questo il problema: passione un cazzo, bisogna votare in modo freddo e razionale, essere delle macchine che di volta in volta scartano i candidati peggiori e individuano il migliore, senza badare allo schieramento.
Non sto scherzando, l’ideologia è un problema secolare come la mafia, solo che nessuno vuole cominciare ad estirparlo. Eppure Marx in persona, che ha coniato il termine, l’aveva intesa in senso negativo: l’ideologia è il piccolo stupido pensiero di una parte della cittadinanza, ma appunto un pensiero di parte, che difende certi interessi e quindi, per forza di cose, non bada al contesto generale. Io sono un cittadino, è ovvio che deve starmi a cuore che TUTTO il sistema funzioni come una macchina perfetta, non solo una parte.
L'idea di democrazia che ci hanno trasmesso è solo una brutta copia delle corporazioni medievali, ma tutto questo deve finire. Il cittadino oggi deve essere educato a tenere a tutto il paese nella sua complessità e globalità, è del tutto irrazionale scegliere una parte, difenderla e sostenerla con passione e battersi per lei contro tutto il resto: non è mica la mia ragazza, che devo stare solo e unicamente dalla sua parte altrimenti non me la dà.
È naturale che le ideologie della gente confluiscano spontaneamente in partiti politici di questo o quello schieramento, più o meno conservatori, più o meno progressisti, il gioco della dialettica funziona così e non c’è niente di male, ma la cosa poi deve fermarsi lì: il cittadino elettore deve essere superiore a queste minchiate, deve essere sveglio, ben collaudato e sempre pronto a riconoscere la trappola della passione politica. Le ideologie non servono al cittadino, servono solo al politico per conquistare i cittadini, per farli sognare a occhi aperti e tenerseli anche nel futuro. Da dove credete che sia uscita l’espressione ‘fidelizzazione del cliente’? Il marketing aziendale è arrivato dopo, prima c’era la politica, la politica sentimentale.
Il cittadino del futuro, dunque, dovrà premunirsi, dovrà stare all’erta, dovrà depurarsi da qualunque ideologia come i Vulcaniani di Star Trek si depurano dalle emozioni, e dovrà essere spietato come la scure del boia, non dovrà guardare in faccia a nessuno, niente simpatie di parte, neanche l'ombra, dovrà essere così superiore a queste cose che il politico dovrà farsela addosso, dovranno tremargli le ginocchia e cadergli tutti i capelli, all’idea di avere a che fare con milioni e milioni di cittadini così.
La cittadinanza dovrà essere una sorta di organismo orwelliano collettivo: tutti i cittadini si terranno d'occhio a vicenda, e appena ne trovano uno con una vaga passione politica gli tolgono subito il diritto di voto e lo fanno deputato, e da quel momento dovrà farsi un culo così per il paese. Finire in Parlamento sarà una punizione, il terrore impedirà che si formi un sovrannumero di parlamentari: ci saranno pochi politici, tutti capaci e competenti, si faranno regolari controlli sulla loro affidabilità, e il sistema sarà finalmente perfetto.

Si, fatelo accomodare. In fretta, su, non abbiamo tempo da perdere, siamo cittadini, noi.
Vediamo, che cosa abbiamo qui? NPCLF, Nuovo Partito Comunista dei Lavoratori del Futuro. Cittadini, vi dice niente questo nome? No, infatti, neanche a me.
Deputato Franco Bontempi. Che nome del cazzo. Deputato, sei onesto? Sei o sei mai stato disonesto? Hai mai preso multe? Hai degli interessi anche solo vagamente privati da tutelare? Sentiamo, quali problemi ha il cittadino di fascia medio-bassa? Quanto costano le mele, oggi? E il pane? E le Gocciole? Deputato, tu vuoi bene ai gattini? E vuoi più bene ai gattini o a Gesù? Vuoi più bene ai gattini o a Lenin? Vuoi più bene a Gesù o a Lenin? Sono domande di riscaldamento, ora viene il bello.
Deputato, chi ti ha pagato la campagna elettorale? Come li hanno guadagnati i soldi, quelli che ti hanno pagato la campagna elettorale? Cosa hanno studiato e quanto pesano, quelli che ti hanno pagato la campagna elettorale? Deputato, ci ripeteresti il tuo programma politico? Ora ce lo ripeteresti in inglese, al rovescio? Deputato, stai crescendo i tuoi figli  con criteri disumanamente meritocratici? I tuoi figli hanno ideologie politiche? Sicuro che non ne hanno? Che lavoro fa tua moglie? Che lavoro fanno i tuoi parenti, compresi i cugini di secondo, terzo e quarto grado? Dove hai preso quella cravatta? Dove sei andato in vacanza questa estate?
Ah, era una trappola, deputato, ci sei cascato come un pollo! Come mai sei in grado di pagarti una vacanza? Non mi interessa se ci hai già fornito la ricevuta dell’acquisto della roulotte usata incidentata. Bè, deputato, cento euro di abbonamento al campeggio Barboni della Riviera mi sembrano un po’ troppi! Cosa? Ci sei andato per stare vicino ai compagni anche in vacanza? Non capisco cosa vuol dire, spero per te che non sia linguaggio ideologico.
E questa schifezza cosa sarebbe? Il simbolo del suo partito? Cristo santo, fa veramente ribrezzo, la mia nipotina con i pastelli ne farebbe uno migliore. Ma questo è buon segno, deputato, vuol dire che hai risparmiato sul grafico, potresti essere un bravo amministratore delle nostre risorse pubbliche, e non solo: vuol dire soprattutto che non stai cercando di fregarci con un richiamo ideologico grafico.
Deputato, tu non hai intenzione di farci affezionare al tuo partito o alla tua visione del futuro, o cose così, vero? Non vuoi che noi ci crediamo, nelle cose che dici, giusto? No, certo che no, non sei così pazzo, sei una personcina a modo, tu, sei uno regolare. Si, si, tu mi piaci, vieni a casa mia, ti faccio scopare mia sorella. No, non ci interessa sapere di che ideologia sei, deputato, non ci devi provare con noi, signor ‘io voglio tutelare i lavoratori’. È ovvio che vuoi tutelare i lavoratori, non avresti avuto il coraggio di presentarti qui, se non fosse così, ma d’altro canto non devi nemmeno spremere le imprese con le tasse, non sarai mica uno di quelli che non vedono l’ora di tartassare i ricchi? Come si chiamano, quelli di… quelli di… Sinistra, si, bravo deputato, hai indovinato e ci sei cascato di nuovo, imbecille. Cosa sai della sinistra? Sei di sinistra? Vuoi che io sia di sinistra? Vuoi che lui sia di sinistra? Dai, guardalo, deputato, con quella barbetta, quell'aria un po' ribelle... lo vorresti nel partito, vero? Da uno a cento, quando ti sta a cuore la nostra mancanza di passione politica? Quel ‘cento’ suonava un po’ contrariato. Dillo di nuovo, ma stavolta sorridendo. Niente da fare, deputato, non sei convincente, che cazzo lo fai a fare il politico? Ah, bravo, finalmente hai risposto bene: tu non devi convincere nessuno, deputato, devi solo dimostrare di saper amministrare bene, ottimizzare la burocrazia e perfezionare tutta la cosa pubblica. Noi ti votiamo se ci conviene, è chiaro? E non l’abbiamo ancora capito se ci conviene, ci dobbiamo prendere del tempo. Dove pensi di essere, deputato? Nel mondo delle democrazie sentimentali del XX e XXI secolo? Ti piacerebbe, eh? Dio, che tempi di merda, quelli, era una pacchia, per voi. Basta così, ora, togliti dal cazzo, ti faremo sapere.
E quello cos’è? Sembra proprio… si, cittadini, è un braccio sinistro alzato steso in avanti a quarantacinque gradi, con il pugno chiuso. È il tuo modo di salutare, deputato? E dovrebbe impressionarci? Dovrebbe forse emozionarci? Deputato, vuoi che ti diciamo che fine ha fatto quello che faceva lo stesso con il palmo destro? Circolare, via, smammare.
E stai in campana, deputato. Ti teniamo d’occhio.

domenica 15 luglio 2012

No escape

If you want to understand a society, take a good look at the drugs it uses. And what can this tell you about American culture? Well, look at the drugs we use. Except for pharmaceutical poison, there are essentially only two drugs that Western civilization tolerates: Caffeine from Monday to Friday to energize you enough to make you a productive member of society, and alcohol from Friday to Monday to keep you too stupid to figure out the prison that you are living in.

Se vuoi capire una società, dai uno sguardo alle droghe che usa. Cosa può dirti questo sulla cultura americana? Bè, guarda le droghe che usiamo. Esclusi i veleni farmaceutici, ci sono essenzialmente solo due droghe che la civiltà occidentale tollera: caffeina, dal lunedì al venerdì, per energizzarti quanto basta per fare di te un membro produttivo della società, e alcool, dal venerdì al lunedì, per renderti troppo stupido per comprendere la prigione in cui vivi.

(Bill Hicks, 1961-1994)

martedì 10 luglio 2012

Postilla


L’amore non dà la felicità, diciamocelo, e di sicuro non dà la felicità che uno si aspetta, quella tipo modo imperfetto dei verbi, cioè che rimane lì sospesa, che non si sa bene quando è iniziata e quando dovrebbe finire, il che purtroppo porta i più a credere che non finirà, che sarà quel tipo di felicità che ti farà dimenticare tutto il resto e ti lascerà lì, felice a tempo indeterminato, insomma, quel tipo di felicità pucciosa a cui crede un numero piuttosto preoccupante di persone, quindi è bene chiarirlo: non esiste niente di simile in questa vita. Il massimo che si può raggiungere qui da noi, in termini di efficacia e convenienza, è una moderata serenità, e questa non è affatto roba che si raggiunge con l’amore, proprio no.
L’amore non ti dà la felicità durevole, così come non ti dà pace: l’amore emoziona, che è un’altra cosa. L’amore ti fa battere il cuore indipendentemente dalla felicità che ti fa provare, nel senso che te lo fa battere in positivo e in negativo, ti fa stare da Dio e ti fa stare di merda, ma ai fini del batticuore cambia poco, si tratta comunque di un sacco di battiti, in un verso o nell’altro.
L’amore è roba da scariche emotive, elettroshock sentimentali, l’amore è tipo il base jumping, qualcosa che ti fa stare bene solo se sei un tipo da emozioni estreme, altrimenti è uno stress, è uno dei modi migliori per usurare il cuore e vivere dieci anni di meno, quindi pondera bene la tua situazione, e non fare l’errore di confondere l’amore con la felicità.
La felicità, dopotutto, non si sa cosa accidenti sia, è una roba più relativa dello spaziotempo, e va con le persone. Ci sono persone che sono felici quando sono circondate da altre persone che fanno cazzate in continuazione e hanno bisogno di qualcuno che gli risolva i problemi, e al contrario ci sono persone che in una situazione del genere rischiano di diventare dei serial killer, e sono felici se hanno pochi contatti umani, ben dosati e centellinati. Ci sono altre persone che lasciano perdere gli umani e provano felicità con gli animali, altre persone che lasciano perdere gli umani e gli animali e si dedicano alle piante, o ai computer, o ai libri, perché la cosa gli dà felicità, e nessuno di questi che ho elencato è pazzo. Cercano soltanto, con la testa che si sono ritrovati, di essere felici.
La felicità è indefinibile, mentre l’amore, tecnicamente e senza offendere il romanticismo, è uno sbattimento di cuore, è una disciplina sportiva, una faticata sentimentale che richiede allenamento e dedizione, perchè comporta un’intensità passionale che non è da prendere alla leggera, e soprattutto non è da considerare una cosa per tutti, una cosa normale. Dopotutto anche tu apparterrai a una qualche categoria di pazzi con cui si può allungare l’elenco qui sopra, quindi prima di fare cazzate guardati bene allo specchio, chiedi agli amici, chiedi allo psicologo, chiedi al tuo guru, chiedi alla nonna, chiedi anche alla ragazza che era innamorata di te quando giocavi con i Power Ranger e consideravi l’amore il gioco delle femmine, e insomma pensaci bene.
Potresti essere davvero uno di quei pazzi pericolosi a cui piace l’amore.

venerdì 29 giugno 2012

Adamantino

Dopo aver passato i trent’anni i conti cominciano a tornare, dev’essere così, perché oggi, forse per colpa del caldo, ho realizzato che finora mi sono sempre interpretato male. Ogni volta che ho creduto di non essere orgoglioso, e di essere umile e gentile, ad esempio, io ho sempre sbagliato, perché in verità sono orgogliosissimo, in un modo spaventoso. Nel piano cartesiano dell’orgoglio umano, il mio picco arriva così in alto che non si vede, per questo mi è sfuggito.
Un tipo mediamente orgoglioso, di solito, è uno che se gli dici “non hai le palle” per costringerlo a fare una cosa che non vuole fare, te la fa subito senza badare alle conseguenze, per dimostrarti appunto che ha due palle così. Un tipo molto orgoglioso, invece, è uno che se gli dici “non hai le palle” per costringerlo a fare una cosa che non vuole fare, quello prima ti picchia e poi fa la cosa di cui sopra, sempre senza badare alle conseguenze, e sempre per dimostrarti appunto che ha due palle così.
Il mio orgoglio fuori scala, invece, è tale che prova un ribrezzo mortale all’idea di dover dimostrare qualcosa a qualcuno: questa sarebbe una sconfitta umiliante, rischiare di stare al gioco degli umani ogni volta che se ne presenta l’occasione è la trappola per eccellenza, e l’unica soluzione possibile, per non sporcarsi le mani e l'anima, è l’ascesi, la non partecipazione, l'astensione esistenziale.
Davanti a una frase del tipo “non hai le palle”, o a una forzatura qualunque usata nel bene e nel male da altri per costringermi a fare una cosa che non voglio fare, il mio orgoglio smodato prende e mi teletrasporta direttamente nell’Iperuranio, e da lassù io mi ritrovo a guardare dei piccoli mucchietti di carne che si muovono ed emettono suoni, e lo so che sembra incredibile, ma addirittura queste merdacce avanzano anche pretese nei miei confronti.

Fammi capire: un cazzo di scarto dell’evoluzione come te, sopravvissuto alla selezione naturale per colpa di una colossale ingiustizia, sta davvero cercando di forzare la mia volontà a fare quello che vuoi tu, attraverso il giochetto dell’orgoglio e del ‘non ci hai le palle’? Ma che davvero? Tu, proprio tu che stai seriamente considerando la possibilità che io possa cascarci, appartieni alla mia stessa specie? Io ho davvero qualcosa in comune con te? Cristo Santo, il mondo è veramente un posto orribile, è evidente che non c’è nessun Dio a gestire la giustizia, e tu non aspettarti che io ora venga lì con tutto il mio orgoglio e la mia virilità a farti sputare il pancreas: io non tocco schifezze e non picchio i disabili, ci mancherebbe altro. Io tutt’al più soffro, soffro perché in questa valle di lacrime purtroppo nascono ancora girini deformi pelosi come te e la Costituzione del mio paese dice che siamo uguali, merda. È per questo che mi stai facendo soffrire, capisci? Che poi è ovvio che non capisci, quel ‘capisci’ è solo un modo di dire, però ecco, le cose stanno così: un uomo che sta a questo tipo di gioco e si impegna davvero per dimostrarti quanto vale - solo perché tu vuoi saperlo - non è un vincente orgoglioso, è un coglione. Quell'uomo non lo sa, ma ha appena perso, perché ha accettato un pacchetto di regole e consuetudini imposto da altri, non ha un cazzo di cui essere orgoglioso; questa è una roba di controllo sociale vecchia come il mondo, è il giochetto 'onore/vergogna', e io non mi abbasso di certo a questo livello, ho finito da un pezzo di giocare con i bambini.
Con i bulletti, con i miei genitori, con i professori che volevano motivarmi, con qualunque capoufficio o superiore, con la società intera e con tutte quelle persone che hanno provato, negli anni, a distillare, a spremere, a tirare fuori qualsiasi cosa da me, io sono stato una saracinesca di orgoglio adamantino, sono stato orgoglioso in un modo abnorme, perché non ho permesso a nessuno di fare niente con me, tranne quando era proprio inevitabile. Io ho passato i miei primi trent’anni a dire a tutte le forme di vita senzienti che ho incontrato (cioè a non-dire, sperando che lo capissero da soli, perché non mi sarei mai abbassato a spiegarglielo): se otterrete qualcosa da me, sarà per necessità, sarà solo per questioni di causa-effetto che io non posso controllare, ma offrirvi la mia sincera partecipazione e tutto quello che occorre per realizzare tra me e voi un vero scambio costruttivo di umani significati, cazzo, questo no, questo è troppo fottutamente prezioso e non voglio sprecarlo con voi, sarebbe come tenere una lectio magistralis alle formiche.
Io non vi ho mai autorizzati a pretendere qualcosa da me, non posso svendermi solo perché qualcuno dice che la società è competitiva e che bisogna dimostrare quanto si vale, oppure perché uno qualunque di voi arriva e mi lancia un’esca emotiva per costringermi a fare qualcosa. Tu pensi davvero che io sia un idiota qualunque che cede subito appena gli si fa leva sull'orgoglio? Secondo te, quanta voglia ho di stare al tuo gioco e di farti contento?
Sul serio, non vi rendete conto di quanto non mi interessi se siete in buona fede, se avete davvero ragione e se questo qualcosa che volete tirarmi fuori potrebbe fare bene a me e voi: io non faccio proprio un cazzo di niente, piuttosto mi chiudo come un riccio solipsistico e passo la vita a protestare con lo sciopero della volontà. Non starò mai al vostro gioco di società, non vi concederò un’unghia di vera partecipazione, almeno finchè non smetterete di pretendere in questo modo che io lo faccia.
Se mi lascerete in pace, se mi risparmierete le vostre convinzioni e convenzioni sociali del cazzo, se mi tratterete come un’anima indipendente che non è assolutamente tenuta a conformarsi alle vostre stronzate, allora forse i vostri giudizi torneranno a contare qualcosa.

E insomma, è complicato spiegare come ci sono arrivato, ma finalmente adesso ho davvero la misura di quanta vita ho dedicato ad essere stupido, nonchè di quanto sia stato quasi sempre questo mio orgoglio a determinare le mie scelte. È stato lui, non è stata la mia volontà, c'era lui a tirare i fili, adesso lo so, e non mi interessa se il mio orgoglio è pur sempre roba mia: il bastardo non dovrà mai più azzardarsi a scegliere per me.
Sono troppo orgoglioso per permetterglielo.

mercoledì 27 giugno 2012

Mostro

Il fulcro della secolare incomprensione tra uomo e donna è l’oggetto del sesso, il quale, sebbene venga desiderato e praticato da entrambi, viene però vissuto da due sensibilità troppo diverse per potersi davvero capire, con il risultato che, pur puntando entrambi al sesso, l’uomo scopa una cosa e la donna ne scopa un’altra.

Ragazzo mio, non è facile da comprendere, non è facile nemmeno da immaginare, ma ti prego: fai uno sforzo e cerca di seguirmi. Devi capire che una ragazza non scopa ‘esattamente’ il tuo corpo, ma scopa l’idea che si è fatta di te. Mi spiego meglio: per scopare l’idea che si è fatta di te, una ragazza deve passare per il tuo corpo perché di mezzo c’è solo quello, non può fare altrimenti, ma non devi per questo fissarti sul corpo. Certo, avere un fisico decente aiuta, però ammazzarti di palestra e riempirti di creatina e aminoacidi, per assomigliare a Goku supersayan di terzo livello, non è la cosa più importante che devi fare: non è questo che fa la differenza.
Piuttosto, devi lavorare sull'idea che la ragazza avrà di te. Devi chiederti, ad esempio, com’è che le ragazze riescono a fare quelle cose che un uomo non farebbe neanche sotto tortura, come scoparsi un cesso e andare in giro per il centro mostrando a tutti orgogliosamente che razza di mostro deforme è il loro ragazzo. Capisci cosa voglio dire, figliolo? Con la giusta convinzione, le donne riescono a trovare altamente scopabile anche un aborto d’uomo, perchè hanno questa incredibile capacità di trascendere la realtà e costruirci sopra insostenibili impalcature di eccitazione, con la stessa miracolosa assurdità con cui un martire cristiano si convince che la sua sofferenza lo avvicina a Dio, e ho fatto l’esempio del martire per farti capire quanta forza e quanta determinazione può nascere dall’idea che le donne si fanno di certi uomini. Se una donna dovesse, per una qualche ragione metafisica e inspiegabile, trovarti sexy anche se assomigli a Gigi Marzullo, bè, quella ti inseguirà fino alla fine del mondo e ti scoperà, non potrai sfuggirle, vorrà scoparti anche se la prenderai a schiaffi gridandole “Sono un cesso, imbecille, sono un cesso! Guardami!”.
Se pensi di essere un tipo complesso e pieno di pensieri, bè, non hai capito proprio niente: le ragazze in questo campo ti batteranno sempre. Le ragazze si fanno certi film mentali, amico mio, che tu nemmeno immagini, quindi il segreto della seduzione non sta nell’avere il fisico di un grande attore, ma nemmeno nel recitare come un grande attore. Tu devi riuscire a trasformare, nella loro testa, quella cagata pazzesca che sei in un capolavoro del cinema. È difficile, però è fottutamente così: nei loro film mentali, tu devi essere il protagonista, ma anche e soprattutto il regista.

E invece al contrario, mia cara ragazza, tu devi assolutamente metterti l'anima in pace, e accettare il fatto (e non è un luogo comune) che un uomo, nella sua semplicità e gorillosità, vuole scopare il tuo corpo. Punto.
Con chi credevi di dover condividere l’esperienza sessuale? Con un poeta dell’orgasmo? Con la cazzo di anima gemella? Col personaggio maschile di un romanzo sdolcinato scritto da donne intelligenti che sanno cosa sognano le donne stupide? Non sto esagerando, fidati: a un uomo non gliene frega veramente niente del tuo fascino inimitabile e raffinato e del tuo stile lussureggiante tutto da esplorare in una magia di seduzione; al massimo i gay sanno apprezzare queste cose, e se le apprezzano è perché stanno prendendo appunti. Nel 99% dei casi, l’homo sapiens eterosessuale non arriva così in alto, e anche nel restante 1% fa grandissimi sforzi per arrivarci, e tu devi fartene una ragione, non puoi pretendere questo tipo di miracoli dall’uomo. Mi segui, figliola? È una questione di costituzione: Madre Natura aveva bisogno di macchine da inseminazione perfettamente efficienti, e sapeva benissimo che, come nella filosofia di Henry Ford, “quello che non c’è, non si rompe”, ovvero che è la semplicità a vincere, quindi, per selezione naturale, ecco che il maschio stupido insopportabile gorillone medio è sopravvissuto e si è riprodotto meglio del maschio che volevi tu. Questo inesorabile processo di estinzione dell’uomo ideale è andato avanti lentamente per migliaia e migliaia di anni, e oggi può considerarsi concluso: finalmente, mia cara, tutti noi vogliamo soltanto il tuo corpo.
È scienza, bellezza, e io mi rendo conto che tutto questo rischia di offendere la tua sofisticata sensibilità di donna, ma sto cercando di portare a termine un’importante missione diplomatica, capisci? E l’unico modo veramente efficace che ho per spiegarti questa differenza di base tra ciò che si aspetta la donna e ciò che vuole l’uomo, è che non è mai stata una questione di delicata bellezza, di complessità o di stile. È solo una questione di dammela.

mercoledì 6 giugno 2012

Il nome più azzeccato di sempre

Che poi non è quello di cui voglio parlare, perchè il nome più azzeccato di sempre resta comunque Forza Italia. Pensate quello che vi pare, ma all'inizio degli anni '90 quel nome era pura vittoria, non potevi assolutamente perdere con un partito cazzone con quel nome, e purtroppo la storia lo ha confermato.
Ma insomma, succede che ora c'è una nuova rivista per donne. Esatto, quella roba inutile e diseducativa tipo Cosmopolitan, però questa è veramente superiore a tutte quelle fatte finora, è qualcosa di trascendentale, una roba disumana, e tutto questo soltanto per il nome: si chiama F.
Ho appena visto la pubblicità, e sono ancora sconvolto. C'erano ragazze stilose e sorridenti che dicevano "F come fantastica", "F come femmina", e così via, la classica minchiata fashion che sa di finta novità e che tra poco sarà sotto tutti gli ombrelloni della riviera.
Ovviamente, tutti gli uomini eterosessuali che vedranno quella pubblicità (tutti, fidatevi, questa è scienza dell'ormone) diranno immediatamente e all'unisono "F come fica!", e sarà una cosa irresistibile per loro, un perfetto assist per un goal a porta vuota. Di conseguenza, le ragazze presenti (nonchè i ragazzi gay) si indigneranno immediatamente per la battuta gretta e superficiale, e proveranno vero, autentico fastidio da donna italiana media nei confronti del vero, autentico godimento da battuta scadente da uomo italiano medio.
Riuscite a vedere il capolavoro insito in quella stupida lettera F?
Grazie a questa immortale fiera delle banalità, grazie agli stereotipi dell'uomo e della donna capillarmente diffusi in tutta la nazione, tutti quanti, TUTTI, ricorderanno nei secoli dei secoli il nome di questa rivista.
Neanche Gesù ha avuto un marketing così geniale.